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La riqualificazione energetica degli edifici è uno dei punti chiave su cui si deve basare la lotta a favore dell’ambiente. È questo quanto si percepisce dalle nuove norme che stanno entrando in vigore o sono state emanate negli ultimi anni e che puntano verso un contenimento delle emissioni di gas ad effetto serra.
Riqualificare un edificio non è tuttavia sempre semplice: burocrazia, vincoli paesaggistici, problemi tecnici e, non ultimi, vincoli legati all’abitabilità. Già, perché non di rado capita che un intervento, per essere eseguito nel migliore dei modi, debba andare a modificare le caratteristiche dell’immobile oltre i limiti consentiti dalla legge, come, ad esempio, nel caso della posa di un cappotto termico. In questo caso, infatti, considerando un cappotto esterno, la dimensione dell’edificio aumenterebbe, rischiando di non rispettare i limiti di distanza dalle abitazioni confinanti.


Problemi simili si possono avere anche nel caso di realizzazione di sistemi radianti (a pavimento o a soffitto) e di interventi di isolamento dall’interno. In questi casi, infatti, l’installazione dell’isolante o la posa delle tubazioni e del relativo massetto, richiedono uno spazio che, necessariamente, deve essere ricavato diminuendo le dimensioni interne dei locali. Un problema che, almeno a prima vista, non appare eccessivo, in quanto parliamo di una riduzione dello spazio vivibile di pochi centimetri che viene appena percepito dagli abitanti. Se però l’occhio umano è, per sua natura, poco preciso, non lo è certo la legge, la quale impone che gli edifici adibiti ad abitazione debbano avere un’altezza minima di 2,70m. Se quindi ci trovassimo in presenza di un locale, la cui altezza prima dell’intervento di riqualificazione è quella minima prescritta dalla legge, potrebbero insorgere delle complicanze.


Per quanto riguarda le distanze dalle altre proprietà, il legislatore era già intervenuto alcuni anni fa, inserendo deroghe relativamente alle distanze minime tra gli edifici, ai confini ed alla protezione del nastro stradale. La misura massima della deroga era stata fissata a 25 centimetri per quanto riguarda il maggiore spessore delle pareti verticali esterne e di 30 centimetri per il maggiore spessore degli elementi di copertura. Tutto questo a condizione, però, di ottenere, grazie all’intervento, specifici risultati in termini prestazionali.


La seconda problematica non era invece stata trattata, almeno fino ad alcuni mesi fa. Il 15 luglio 2015, sono infatti stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i tre decreti nazionali che contengono le nuove regole sull'efficienza energetica in edilizia e che aggiornano i vecchi D.Lgs 192/2005 e 311/2006.
All’interno di questi provvedimenti è stata inserita un’importante novità che riguarda, per l’appunto, le altezze minime nei locali. Ci riferiamo, per essere precisi a quanto stabilito dall’Allegato I, cap 2, comma 4, che recita:


Negli edifici esistenti sottoposti a ristrutturazioni importanti, o a riqualificazioni energetiche come definite all'articolo 2, comma 1, lettere l-vicies ter), e l-vicies quater), del decreto legislativo, con le precisazioni di cui ai paragrafi 1.3 e 1.4 del presente allegato, nel caso di installazione di impianti termici dotati di pannelli radianti a pavimento o a soffitto e nel caso di intervento di isolamento dall'interno, le altezze minime dei locali di abitazione previste al primo e al secondo comma, del decreto ministeriale 5 luglio 1975, possono essere derogate, fino a un massimo di 10 centimetri.


Questo significa che possono essere realizzati interventi che comportano una riduzione dell’altezza utile fino a un minimo di 2,60 m per le zone abitabili, risolvendo, nella maggior parte dei casi, il problema creatosi a seguito dell’intervento ed aprendo nuove possibilità a chi, per un cavillo, si trovava impossibilitato a realizzare l’auspicabile riqualificazione energetica.

 

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