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Inutile negarlo, in molteplici situazioni le canne fumarie possono facilmente diventare il cruccio dei tecnici e degli installatori che si trovano a mettere mano su di un impianto termico. Basta infatti passeggiare per strada, guardando con un occhio critico ed attento verso l’alto (o nei casi più estremi verso il basso…) per rendersi conto di quante siano le situazioni in cui la normativa non viene rispettata e stupirsi di cosa l’inventiva umana sia in grado di creare.


La causa del problema, inutile girarci attorno, sono spessi i soldi: uno scarico a parete è senz’altro più economico rispetto ad una lunga canna fumaria che raggiunga il colmo del tetto. Tuttavia, quando si opta per la soluzione meno dispendiosa, spesso non si tiene conto di un grosso problema: i vicini.


Indipendentemente infatti dala fattibilità tecnica, bisogna sempre ricordare che i fumi ed i prodotti della combustione, possono infastidire o danneggiare persone e cose. Ed è per questo motivo che, a livello nazionale, regionale o comunale, esistono specifiche indicazioni che regolino questa pratica, in modo da dirimere i contenziosi che, necessariamente, si vengono a creare.


La normativa è chiara: gli impianti termici installati successivamente al 31 agosto 2013 devono essere collegati ad appositi camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti della combustione, con sbocco sopra il tetto dell'edificio alla quota prescritta dalla regolamentazione tecnica vigente. Tale obbligo è esteso a tutte le tipologie di edifici, anche, ad esempio, alle villette unifamiliari  e non solo più agli edifici costituiti da più unità immobiliari. È possibile scaricare a parete, rispettando le distanze date dalla norma UNI 7129 per il posizionamento dei terminali, solo in alcune situazioni specifiche ed a patto di rispettare i specifici requisiti dei generatori indicati dalla norma:           
- semplice sostituzione di una caldaia individuale che abbia già lo scarico in parete o in canna fumaria ramificata;           
- impianti ubicati in edifici per i quali esistano norme di tutela adottate a livello nazionale, regionale o comunale o nel caso di un impianto in cui il progettista attesti e asseveri l'impossibilità tecnica di portare lo sbocco dei prodotti della combustione sopra il colmo del tetto;           
- ristrutturazione di impianti individuali, posti in edifici plurifamiliari dove non esistano già condotti fumari (fino al colmo del tetto) adatti o adattabili allo scarico di una caldaia a condensazione;
- installazione di generatori di tipo ibrido compatto.
Allo stesso modo esistono norme che regolano gli scarichi degli impianti industriali o artigianali che non assolvono al compito di riscaldamento delle abitazioni.


Se queste indicazioni non vengono rispettate può profilarsi un illecito in base a quanto indicato dall'art. 890 del Codice civile. Tale articolo parte infatti dal presupposto di assoluta nocività e pericolosità degli scarichi di fabbriche attività produttive e canne fumarie. Lo ha recentemente precisato la seconda sezione civile della Corte di cassazione nella sentenza n. 20357/2017.


La suprema Corte ha infatti evidenziato che la suddetta presunzione assoluta di nocività e pericolosità “prescinde da ogni accertamento concreto nel caso in cui vi sia un regolamento edilizio comunale che stabilisca la distanza medesima; mentre, in difetto di una disposizione regolamentare, si ha pur sempre una presunzione di pericolosità, seppure relativa, che può essere superata solo ove la parte interessata al mantenimento del manufatto dimostri che mediante opportuni accorgimenti può ovviarsi al pericolo od al danno del fondo vicino”.


Ma cosa succederebbe se la normativa venisse modificata, introducendo un regime meno restrittivo? In questo caso gli illeciti verrebbero automaticamente sanati?


Nella stessa sentenza n. 20357/2017, la Cassazione ha ricordato che in questo caso “l'edificio in contrasto con la regolamentazione in vigore al momento della sua ultimazione, ma conforme alla nuova, non può più essere ritenuto illegittimo, cosicché il confinante non può pretendere l'abbattimento o, comunque, la riduzione alle dimensioni previste dalle norme vigenti al momento della sua costruzione.”


Questo non perché le nuove norme siano retroattive, ma perchè, pur rimanendo l'illecito e, di conseguenza, la responsabilità per i danni subiti dal confinante fino all'entrata in vigore della normativa meno restrittiva, viene meno  l'illegittimità della situazione di fatto determinatasi con la costruzione, essendo questa conforme alla normativa successiva e, quindi, del tutto identica a quella delle costruzioni realizzate dopo la sua entrata in vigore. Non è più, di conseguenza, ammissibile la demolizione di tali costruzioni, mentre, se ce nefossero le condizioni, rimane salvo il diritto al risarcimento dei danni prodotti dall’impianto prima dell’entrata in vigore del nuovo provvedimento.


Nessuna scappatoia quindi per chi, in barba alle norme, decide di scaricare i fumi della propria caldaia in luoghi dove possono arrecare danno o disturbo.

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