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Viva la birra!


Iniziare con queste parole potrebbe forse causare qualche piccolo malinteso, ma, proseguendo nella lettura, capirete che i nostri motivi sono tra i più nobili.
Già, perché proprio grazie alla birra, o meglio, alle acque reflue dei birrifici, un team di ricerca dell’Università del Colorado, a Boulder, è riuscito a sviluppare un metodo alternativo per la realizzazione dei materiali a base di carbonio necessari alle celle elettrochimiche utilizzate per l’accumulo dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, come ad esempio il fotovoltaico.


Per ottenere il suo scopo, il team ha fatto crescere nelle acque di scarto della birra, una muffa: la Neurospora crassa. Ovviamente però, non si sono limitati ad osservare lo sviluppo del fungo, ma sono intervenuti, grazie ad una serie di additivi, per migliorare i processi chimico-fisici del micete e renderlo maggiormente adatto alla realizzazione del materiale necessario ai loro scopi. Ed il lavoro che hanno svolto ha senza dubbio dato ottimi frutti, permettendo di creare uno dei più efficienti elettrodi di derivazione naturale per batterie al litio conosciuto fino ad oggi. E batterie più efficienti vogliono dire impianti più efficienti, maggiore convenienza e diffusione dell’utilizzo dell’energy storage e delle tecnologie alternative ed indubbi vantaggi per l’ambiente.


Ma perché scegliere proprio le acque reflue dei birrifici per la loro “coltivazione”?


Il processo di conversione dei materiali biologici in strutture a base di carbonio per l’accumulo di energia è, in realtà, un procedimento già in uso in diversi settori dell’industria energetica, ma, sfortunatamente, presenta un grande problema: la biomassa in natura è intrinsecamente limitata dalla carenza delle risorse, dall’impatto durante l’estrazione e dalla sua composizione chimica, che rende il suo sfruttamento in questo ambito costoso e difficile da ottimizzare.


Tuttavia, questo non vale nel nostro caso: i birrifici, ha spiegato Tyler Huggins, autore principale dello studio, usano sette barili di acqua per ogni barile di birra prodotto. Dopo essere stato utilizzato però, il liquido di scarto non può essere scaricato direttamente nella rete fognaria perché coontaminato da una serie di sostanze che devono essere smaltite in maniera differente. Sostanze che, però, sono altamente zuccherine e costituiscono, di conseguenza, l’habitat ideale per lo sviluppo delle muffe.


Da qui la geniale idea: sfruttare le acque reflue per la creazione di tecnologie fuel cell naturali e più economiche e, contemporaneamente, ridurre i costi per il trattamento delle stesse sostenuti dall’industria della birra, con un grande vantaggio di ambo le parti.


Per questo gli ingegneri della Boulder, la cui scoperta è stata pubblicata sulla rivista specializzata Applied Materials & Interfaces dell’American Chemical Society, non hanno perso tempo ed hanno già avanzato una richiesta di brevetto per il metodo, fondando la compagnia Emergy per commercializzare la tecnologia. Il processo sarebbe infatti già pronto per essere implementato su scala industriale e, grazie ad una partnership siglata con il birrificio locale, partirà presto il primo progetto pilota.


Quindi, viva la birra!


Ing. Alfero Daniele
Collaboratore Tecnico
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