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E’ arrivata finalmente l’estate, le belle giornate, il sole, il caldo. E ovviamente, per chi lavora nel nostro settore, non ci si può esimere dal parlare di condizionamento. E come si può parlare di condizionamento senza dedicare ampio spazio a quello che, in un paragone un po’ ardito, potrebbe essere definito come il sangue del circuito frigorifero: il gas refrigerante.


Solo che il termine “gas refrigerante” dice tutto e niente: CFC, HFC, R407, R134a sono solo alcune delle sigle in cui ci si imbatte durante la trattazione dell’argomento ed il cui significato, probabilmente, per molti risulta un po’ oscuro. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza.


Prima di tutto bisogna dire che, dal punto di vista chimico, i refrigeranti si possono indicativamente suddividere in tre grandi categorie: CFC, HCFC, HFC.


Alla prima di queste categorie appartengono sostanze la cui molecola è composta da CARBONIO, FLUORO e CLORO, come ad esempio l’R12. Come molti sapranno questo tipo di gas è stato bandito dal Protocollo di Montreal in quanto, contenendo cloro, risulta essere lesivo dello strato di ozono che protegge la terra dalle radiazioni solari.


Alla seconda categoria appartengono sostanze composte da CARBONIO, FLUORO, CLORO e IDROGENO. Quest’ultimo sostituisce parte delle molecole di cloro presenti, riducendo quindi il danno che questo tipo di gas provoca all’ozono. Il Protocollo di Montreal ha abolito anche queste sostanze (tra cui la più famosa è R22).


Gli HFC (gas oggi comunemente utilizzati come R410A, R407…), infine, contengono IDROGENO, FLUORO e CARBONIO. L’assenza di cloro all’interno della molecola fa sì che queste sostanze non risultino in alcun modo lesive per quanto riguarda l’ozono. Tuttavia, come anche CFC e HCFC, contengono fluoro, un gas ad altissimo effetto serra. Per questo motivo la maggioranza dei Paesi spinge verso la loro eliminazione e la sostituzione con soluzioni alternative.


Se questa distinzione permette di fare chiarezza da un punto di vista accademico, non è però adatta ad essere utilizzata nella pratica. Immaginate infatti di andare dal vostro grossista di fiducia e chiedergli una bombola da dieci kg di 1,1,1,2-tetrafluoroetano, difluorometano e pentafluoroetano in miscela, con proporzioni 52%, 23% e 25%...un modo parecchio complesso per chiedere una bombola di R410A.


Quest’ultima sigla, così come tutte le altre comunemente utilizzate, è stata assegnata alla specifica miscela da una normativa americana riconosciuta a livello internazionale, basata su quanto contenuto all’interno dello standard 34 dell'ANSI/ASHRAE, pubblicato nel 2001: "Designazione e classificazione di sicurezza dei refrigeranti". All’interno di questa raccolta, le sigle non sono però state date a caso, ma hanno un loro significato. Vediamolo insieme più nel dettaglio.


La sigla identificativa di un refrigerante si compone di un prefisso e di un suffisso.


Il prefisso è composto dalla lettera R (Refrigerante), mentre il suffisso è un numero il cui significato è diverso a seconda che il refrigerante sia un fluido puro, una miscela, un composto organico o un composto inorganico.


Per i fluidi puri il suffisso è un numero di due o tre cifre il cui significato è il seguente:

- la prima cifra a destra indica il numero degli atomi di fluoro che compongono la molecola del refrigerante
- la seconda cifra rappresenta il numero degli atomi di idrogeno aumentato di uno
- la terza cifra (quando presente) rappresenta il numero degli atomi di carbonio diminuito di uno: se essa è pari a zero, viene omessa

Ad esempio nel caso dell'R22 (clorodifluorometano - CHClF2):
2 : numero degli atomi di fluoro (F)
2 : numero di atomi di idrogeno (H) + 1
0 : numero di atomi di carbonio (C) - 1


Nel caso di isomeri (sostanze aventi la stessa composizione chimica ma diversa disposizione degli atomi nello spazio), si utilizza la medesima sigla numerica, a cui viene aggiunta una lettera minuscola finale (a,b,c,...). Un esempio è dato dall' R134a.


Se invece parliamo di miscele, queste vengono suddivise in zeotrope (i componenti hanno temperature di evaporazione diverse) e azeotrope (i componenti hanno la medesima temperatura di evaporazione)


Le miscele zeotrope vengono identificate con un numero appartenente alla serie 400, mentre le miscele azeotrope vengono identificate con un numero appartenente alla serie 500, in entrambi i casi assegnati in base all'ordine cronologico di approvazione da parte dell'ASHRAE. Quando più miscele sono composte dai medesimi componenti, ma in percentuale massica diversa, esse vengono distinte mediante una lettera maiuscola posta dopo il suffisso numerico, come ad esempio accade nel caso di R407A, R407B, R407C, R407D, R407E.


Concludiamo infine parlando dei composti organici, classificati con un numero appartenente alla serie 600 e dei composti inorganici, identificati con un numero appartenente alla serie 700, assegnato aggiungendo al numero 700 il numero esprimente la massa molecolare dei componenti. (es. L'ammoniaca, avendo peso molecolare 17, è identificato dalla sigla R717).


Ing. Alfero Daniele
Collaboratore Tecnico
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